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giovedì 26 maggio 2011

L’Arpa Puglia sbugiarda l’Ilva di Taranto sulle emissioni di gas cancerogeno_Articolo il fatto quotidiano



Secondo i vertici dell'acciaieria, la riduzione del rilascio in atmosfera del benzo(a)pirene è merito dell'azienda. Ma l'ente ambientale è scettico. “Solo propaganda”, dicono i comitati ambientalisti che sottolineano come i valori della sostanza siano ancora molto superiori al massimo consentito


“E’ molto difficile affermare che la diminuzione del benzo(a)pirene sia legata al miglioramento delle performance ambientali dell’Ilva”. A parlare così è Giorgio Assennato, direttore generale dell’Arpa Puglia che interviene nella polemica scoppiata nei giorni scorsi a Taranto fra l’Ilva e il comitato Altamarea sull’interpretazione dei dati relativi all’inquinamento da benzo(a)pirene, idrocarburo aromatico altamente cancerogeno, nei quartieri a ridosso del grande stabilimento siderurgico tarantino.

Un monitoraggio dell’Arpa relativo ai primi tre mesi del 2011 ha rilevato nell’aria del quartiere Tamburi, il più vicino alle ciminiere dell’Ilva e tristemente noto come una delle aree più inquinate d’Italia, 1,55 ng/m3 di benzopirene a gennaio, 2,82 ng/m3 a febbraio e 1,43 ng/m3 a marzo. A fronte dei limiti massimi di diffusione in atmosfera della sostanza che non dovrebbero superare come media annua 1 nanogrammo al metro cubo.

Dal confronto con i dati relativi dei primi tre mesi di 2009 e 2010 emerge come i valori dell’idrocarburo siano effettivamente in diminuzione. Ed è proprio dalla loro lettura che era scaturito il botta e risposta fra i vertici dell’azienda e il comitato Altamarea, che raggruppa comitati cittadini e associazioni come Arci, Legambiente, Wwf e Libera.

“Prendiamo atto positivamente nel constatare come i valori siano nettamente inferiori a quelli registrati nello stesso periodo del 2010” annunciava ottimisticamente la direzione dell’acciaieria con una nota a firma di Adolfo Buffo, Responsabile Qualità e Ambiente. “I valori riscontrati parlano di una riduzione di circa il 40%, e dimostrano come l’impegno di tutti possa portare a risultati importanti ed incoraggianti nel raggiungere, entro dicembre 2012, il valore obiettivo di 1 ng/m3 fissato dalla legge, ma che la comunità di Taranto, così come l’Ilva, vogliono conseguire nel più breve tempo possibile”.

Immediata la replica di Altamarea che in una nota del presidente Biagio De Marzo bollava le statistiche come una mistificazione ai danni dei cittadini: “Questi dati, contrariamente a quanto l’Ilva dichiara, non sono per nulla un successo in quanto superano in media del 93% il valore che la precedente normativa aveva posto come limite per il benzo(a)pirene. Con evidente intento propagandistico – continua De Marzo – l’Ilva raffronta tale dato cattivo con quello pessimo del 2010 (3 ng/m3 nei primi tre mesi del 2010); confronta cioè un dato inaccettabile (1,93 ng/m3 di media trimestrale) con un dato ancora peggiore, ma entrambi sono superiori a 1 ng/ m3”.

Una battaglia di cifre che riaccende i riflettori anche sull’abolizione da parte del governo, con il decreto legislativo 155/2010, dell’obbligo di intervento per le industrie che superano il limite annuo di 1 ng/m3 di immissioni. Una legge che in pratica autorizza le aziende a rimandare il problema benzo(a)pirene alla fine del 2012, con parametri di controllo stabiliti su base annua e ammorbidendo di fatto i rischi di conseguenze per le industrie inquinanti. Nonostante le emergenze e nonostante l’OMS consideri questa sostanza al massimo livello di pericolosità.

Solo la Puglia, per far fronte proprio alla realtà di Taranto, ha reintrodotto i vincoli nel febbraio 2011 con una legge regionale. “Purtroppo questa legge avrò pochi effetti pratici – sostiene il presidente di Altamarea. “Serve una presa di posizione netta da parte delle autorità sanitarie riguardo la pericolosità di questa sostanza. Non possiamo più accettare che si rimanga a guardare mentre per anni la gente continua a respirare questi veleni”.

sabato 21 maggio 2011

La missione impossibile delle donne "Vera parità nel lavoro solo nel 2601"_ Articolo da La Repubblica

In uno studio statistico una ricercatrice del Cnr ha cercato di capire quando le signore avranno gli stessi ruoli di potere dei maschi. Per ultime arriveranno le magistrate. Ma già oggi le società italiane con top management al femminile almeno per il 20% possono vantare risultati migliori

di MARINA CAVALLIERI
ROMA - È un calcolo statistico. Una proiezione. Sembra un paradosso. La neutralità dei numeri viene usata per capire quanto tempo le donne dovranno aspettare per raggiungere i vertici delle professioni. Il risultato? Sconfortante. Decine di anni, in alcuni ambiti secoli. "È il caso della magistratura, se le donne crescono a questo ritmo la parità si avrà nel 2601". Lo sostiene, grafici alla mano, la demografa Rossella Palomba, ricercatrice del Cnr, che ha provato a vedere quando le donne avranno i ruoli degli uomini. E il calcolo che ne viene fuori appare un miraggio.

 "Ovviamente se le donne e gli uomini continuassero a crescere nei posti al vertice ai ritmi attuali la parità non verrebbe mai raggiunta poiché si manterrebbe sempre lo stesso divario", spiega Rossella Palomba che porterà queste ed altre cifre al festival di antropologia contemporanea "Dialoghi sull'uomo" che si terrà dal 27 al 29 maggio a Pistoia. "Quindi bisogna fare delle ipotesi. Nel mondo scientifico accademico, ipotizzando che vengano promosse solo le donne, si dovrebbero attendere 63 anni. Invece se diamo agli uomini la possibilità di accedere alle posizioni di vertice della scala gerarchica ma con l'inversione del tasso di crescita tra uomini e donne, data la disparità esistente, bisogna attendere l'anno 2183". Va peggio nella magistratura, "le donne sono entrate in magistratura solo nel 1963, in cinquant'anni solo poche 
aggiunto i vertici direttivi, se crescono a questo ritmo la parità si raggiungerà nel 2601". Per le altre carriere le scadenze non sono dietro l'angolo: i professori ordinari nel 2063, i primari medici nel 2095, gli ingegneri professori ordinari nel 2094.

Certo la demografa è consapevole di fare un esperimento "in vitro", un'ipotesi provocatoria, nella realtà le cose cambiano in continuazione ma i numeri estremizzano il divario, svelano l'inganno. "Dicono alle donne di aspettare, che è solo questione di tempo ma le proiezioni rivelano che non è così". E a volte le cifre sono più efficaci di tante analisi. "Anche il mondo obiettivo dei numeri presenta pregiudizi, le misure sono neutre e perciò inadeguate a rappresentare la realtà", spiega Rossella Palomba che al festival di Pistoia mostra le carriere nella Pubblica amministrazione, in magistratura, nella ricerca scientifica.

"La questione dell'uguaglianza implica molto fattori non solo oggettivi ma anche soggettivi. Però gli ostacoli esterni continuano a bloccare i percorsi delle donne. Basti pensare che il recente provvedimento voluto a livello europeo che prevede il 20% di donne nei Cda dal 2012 e 33% dal 2015 non è stato accolto con soddisfazione ma se ne sono messe subito in luce le difficoltà. Eppure è dimostrato che le società italiane quotate e non quotate, con almeno il 20% di donne nel top management hanno ottenuto nel triennio 2007-2009 una redditività superiore a quelle che hanno meno del 20% di presenza femminile". Quindi? "Le soluzioni sono politiche, non sono compito della statistica".
    (21 maggio 2011)

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