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domenica 20 febbraio 2011

Dear Mr. President

Oh please Mr. President will you lend me a future..



mercoledì 16 febbraio 2011

La componente invisibile del risorgimento:le donne_Convegno Frascati 17/02/2011

Matilde Mantile (1799-1870)
Quando si parla di guerra  si parla sempre di uomini.
Eppure c’è un risorgimento invisibile ed è quello fatto dalle donne.
Specie nel secolo scorso il nome di una donna perbene, come la sua persona, doveva restare chiuso fra le mura domestiche e  la donna migliore era quella di cui meno si parlava fuori della casa, sia per biasimarla che per lodarla .
E’ importante  individuare quindi, all’interno di uno spazio storico come  il Risorgimento, connotato fortemente dall’immaginario maschile,la figura femminile che ha contribuito ad indicare, sostenere e realizzare il progetto indipendentista e unitario italiano.
Bisogna fare prima di tutto una premessa.
La donna  fino all’inizio dell’800 in Italia ebbe un ruolo marginale nella resistenza contro il dominatore austriaco a  differenza di quanto accadde in molti altri paesi europei.
Quì rimase emarginata dal mondo che la circondava e non impegnata in alcuna lotta per l’affermazione dei suoi diritti appunto fino all'ultimo trentennio del 1800.
In Francia il popolo femminile era già nel 700 impegnato accanto agli uomini nella lotta contro la tirannide per la difesa della libertà e dell'uguaglianza; nel corso del secolo, non solo in terra Francese ma anche in America e nei paesi nordici, nacquero i primi movimenti femministi.
 In Italia, invece, le donne rimasero chiuse nel loro piccolo mondo, fosse esso costituito dalle mura domestiche o da qualche circolo culturale.
 Anche le donne appartenenti ai ceti più alti della società, se erano impegnate socialmente, operavano solo nel campo della beneficienza.
 Tutto ciò era dovuto essenzialmente a due fattori: l'Italia era un paese molto arretrato che considerava normale che la donna si occupasse solo della casa.
 Inoltre, contribuì il fatto che nel nostro paese non fosse mai esistita una vera democrazia e quindi le donne, di fatto lontane dalla società e dalla politica, non vollero nè pensarono di lottare per conquistare un qualcosa che non avevano mai sperimentato e conoscevano solo vagamente.
 Ed è quindi nell’800 che cominciano a farsi sentire anche in Italia e ad occupare un posto determinante nelle lotte pagando anche con la vita.
 Cataloghi, films, libri letti dalle nostre bisnonne  a scopo didattico o di puro intrattenimento presentano spesso una  donna “virile” che irrompe nella scena dei conflitti politici e militari, e magari  in panni maschili.
 Infatti, all’uomo eroe,  grande statista, padre della patria, genio letterario, artistico o scientifico,  che, perseguitato, dagli governi preunitari, dopo l’Unità trova spazio e onori ai vertici delle istituzioni nazionali, si contrappongono le figure femminili “illustri” che creano note dissonanti rispetto alla rappresentazione codificata della femminilità.
 Da  una  parte  norme  e  istituzioni  che  escludono le donne  dall’esercizio delle professioni, dalla vita pubblica,  dalla dimensione politica,  e dall’altra  storie di donne che in quegli spazi erano entrate sfidando   i divieti e   i costumi.
Comunque la partecipazione femminile al Risorgimento non venne mai esaltata ed i pochi che ne hanno parlato ricordano spesso soltanto donne come Anita Garibaldi, Maria Drago, Teresa Confalonieri per il loro stretto grado di parentela con grandi patrioti italiani.
La dimensione femminile quindi della prima metà dell’800 era questa.
Le donne quindi vivevano in una situazione di inferiorità e i loro sforzi per la patria erano ripagati solo con la protezione della quale gli uomini credevano che queste avessero bisogno.
Le donne erano relegate all’ambito familiare con un’istruzione mirata solo alla loro formazione come mogli e madri e le uniche donne che potevano avere una certa importanza erano quelle appartenenti all’élite politica e culturale che si distingueva per gesta eroiche, nelle arti o nelle scienze.
Oltretutto dopo la guerra, sancita la parità formale dei diritti uomo-donna non si ritenne opportuno continuare a trattare in sede separata delle donne illustri e furono  cancellate dalla memoria collettiva la leccese Antonietta De Pace, Enrichetta Di Lorenzo,  compagna di Carlo Pisacane e patriota  militante, e tante altre.
Eppure 15 donne risultano essere state uccise in quella terribile giornata del ‘48 a Napoli ma non ve n’è nessuna tra i feriti. In realtà la fonte da cui è ricavato il numero di feriti si riferisce esclusivamente ad ospedali maschili – la Trinità e i Pellegrini – che non accoglievano donne (le quali venivano portate, se ferite, agli Incurabili).
Né troveremo tracce delle donne del passato nelle memorie e rappresentazioni ufficiali degli apparati istituzionali o accademici, perché le donne erano escluse. Le norme giuridiche e culturali imponevano che, anche se forti e influenti, restassero celate dietro il soggetto maschile che le rappresentava sulla scena pubblica.
Ma le incontriamo però nella memoria dei familiari e di tutti coloro che le hanno conosciute e spesso restano nella tradizione delle comunità come sono rimaste le donne di Lungro.
Se pensiamo che al museo di Kruja in Albania quello che mi ha colpito di più e credo che colpisce tutti nel vedere la rappresentazione grafica della battaglia di  Skenderbeg contro i turchi è la numerosa presenza delle donne  che testimonia quanto possono essere forti le donne arbereshe.
Il nostro intento questa sera è quello di ricordare  alcune donne Lungresi  che hanno fatto la storia del Risorgimento con la speranza che da oggi altri di voi abbiano altre notizie magari da aggiungere alle nostre oppure anche per  conoscere eventualmente altre figure femminili che hanno partecipato anche in modo minore alle vicende.
All’ingresso c’è il modello di partecipazione che ognuno di voi può ritirare se è interessato a darci una mano per  questo lavoro e che può compilare anche in un secondo momento in quanto troverà nel foglio l’indirizzo di posta elettronica.
I ritratti di queste donne, dei i loro volti,  i giudizi e le descrizioni dei tratti del carattere, i rapporti instaurati con altre donne e uomini, come hanno vissuto  i rapporti con i loro familiari, sono notizie fondamentali per completare questo lavoro.
Il libro “Parliamo di Lungro”, del 1963 è stato lo strumento fondamentale per trovare notizie di queste patriote .
Il libro è Opera del “Comitato del Risorgimento” costituito il 2 Ottobre 1960 per il centenario dell’unità d’Italia e presieduto da Angelo Stratigò, segretario Vittorio Tufo che saluto affettuosamente, era composto di 18 membri in rappresentanza di tutto il popolo Lungrese.
Tornando alle donne, Matilde Mantile, Lucia Irianni, Maria Cucci, Cintia Mattinò si dedicarono energicamente alla questione della lotta al dominatore straniero.

Fonte:http://www.ungra.it/risorgimento/donne_ris.htm


Appuntamento a Frascati per:

Convegno: Le donne nel risorgimento. Vite coraggiose, in equilibrio fra modernità e tradizione, pregiudizio e anticonformismo ".
Il convegno approfondisce alcune figure femminili di rilievo, che hanno segnato la storia del Risorgimento italiano. Si tratta di una riflessione approfondita, condotta da quattro illustri studiose di storia e letteratura italiana.

17 febbraio ore 17,30
Sala degli Specchi del Comune
Piazza Marconi, Frascati


 

giovedì 10 febbraio 2011

Manifestazione_l'opinione di Luisa Muraro

Il grande errore è andare in piazza per conto di altri

 

  Viva le manifestazioni che sono l'espressione collettiva di un pensiero e di un sentire, garantita costituzionalmente. E ben vengano. Sia chiaro però che non esiste pensiero collettivo: si pensa in prima persona o non si pensa. Le masse fatte di persone che non pensano in prima persona, sono cieche o manipolate. Sto citando la filosofa Simone Weil. E pensare non è reagire al detto di altri con un sì o con un no, ma situarsi con il proprio desiderio e interesse nei confronti di quello che accade.
Attenzione anche al fascino dei grandi numeri cui ci siamo abituati con la Rete. È abbastanza ovvio che i grandi numeri non rendono giusta una posizione. Ma rendiamoci conto di una cosa meno ovvia e cioè che firmare o manifestare in massa non può rimpiazzare che si faccia in prima persona tutto quello che si può fare nei contesti in cui ci troviamo a vivere.
Qui spunta un primo interrogativo sulla manifestazione del 13. Secondo me, c'è il pericolo che la manifestazione venga usata da quelli che a suo tempo non hanno fatto quello che avrebbero dovuto fare. Che cosa? Il lavoro proprio di una classe dirigente, che era d'intercettare e bloccare un uomo come Berlusconi che non era adatto agli uffici politici, neanche dal punto di vista strettamente legale. Siamo in una democrazia costituzionale e rappresentativa: la piazza non dovrebbe essere necessaria quando si tratta di scegliere e cambiare gli uomini al governo. Se la piazza è diventata necessaria, vuol dire che qualcuno o molti non hanno fatto quello che dovevano fare quando sarebbe stato efficace, ed è esattamente così che è andata.
A questo punto della faccenda si fa appello alle donne. Che senso ha? Come altre, io ci ho visto una strumentalizzazione dei loro sentimenti. Il sentire femminile, per me, è una cosa profonda e delicata che attiene alla vita del corpo sociale. Comunemente le donne, e io sono una di loro, detestano la prostituzione. Ed è su questo sentire che, dopo l'ultimo scandalo berlusconiano, si è fatto leva: gesto criticabile perché il nostro sentire immediato, in sé giusto, non può tradursi in atti politici senza le necessarie mediazioni. Queste sono mancate. Le critiche avanzate da alcune femministe in proposito sono state accolte, per fortuna. Andando avanti in questa direzione, deve diventare chiaro che lo scambio tra soldi e sesso, sesso e potere è una pratica diffusa tra gli uomini, compresi i politici sia di destra sia di sinistra. E che il capo del governo, da questo punto di vista, non è un'eccezione. Grazie a quella presa di coscienza accanto alle donne scenderanno in piazza anche uomini a manifestare la loro distanza da un sessismo che ancora imbeve di sé la cultura politica e non soltanto.
Ma questa è anche la ragione per cui bisogna insistere con le critiche. Che una decida di partecipare oppure di stare altrove e altrimenti, in ogni caso la discussione in corso tra donne significa non consegnarci ciecamente a operazioni politiche nelle mani di uomini i cui orizzonti non oltrepassano la bottega del politico vecchia maniera. La forza non vista ma reale del femminismo italiano sta trasformando il momento presente in un confronto che fa luce anche sulla sua ricchezza di pensiero. L'essere altrove e altrimenti, è una figura fondante del femminismo: marca la differenza femminile e opera una rottura nei confronti di cose già decise da altri. Ma non meno importante è anche il desiderio di esserci nel mondo e di contare con tutte le proprie qualità. Qui tocchiamo un altro punto delicato del dibattito presente, per me il più delicato. Ascoltando e leggendo, mi sono resa conto che partecipare alla manifestazione significa, per molte, sentire di esserci e di essere attive. Agli occhi di queste, molte delle quali giovani, una come me che critica e non aderisce di slancio, appare fredda e distaccata. Una simile impressione mi dispiace e mi fa torto. Ma resisto alla voglia di spiegare quanto, come e dove intensamente io ci sono anche in questa congiuntura, preferisco affrontare questo nodo del protagonismo femminile che sembra dividerci tra donne.
La rivolta femminile degli anni Settanta è nota per le sue manifestazioni pubbliche ma il suo aspetto non appariscente è stato e rimane molto più efficace. Questo aspetto riguarda l'esserci in prima persona con il proprio desiderio, non delegare niente di essenziale ad altri ma creare relazioni di fiducia e trasformare la propria esistenza in una libera impresa. Insomma, dare vita a un'economia di mercato non dominata dal profitto ma dalla forza dei desideri. Una manifestazione come quella di domenica prossima entra in questo gioco? Ci vai, per te. Non andarci contro qualcuno per conto di altri.

Luisa Muraro
10 febbraio 2011
corriere della sera

 

Se non ora quando?_Manifestazione 13 Febbraio


testo petizione:

Se non ora, quando?
In Italia la maggioranza delle donne lavora fuori o dentro casa, crea ricchezza, cerca un lavoro (e una su due non ci riesce), studia, si sacrifica per affermarsi nella professione che si è scelta, si prende cura delle relazioni affettive e familiari, occupandosi di figli, mariti, genitori anziani.
Tante sono impegnate nella vita pubblica, in tutti i partiti, nei sindacati, nelle imprese, nelle associazioni e nel volontariato allo scopo di rendere più civile, più ricca e accogliente la società in cui vivono. Hanno considerazione e rispetto di sé, della libertà e della dignità femminile ottenute con il contributo di tante generazioni di donne che - va ricordato nel 150esimo dell’unità d’Italia - hanno costruito la nazione democratica.
Questa ricca e varia esperienza di vita è cancellata dalla ripetuta, indecente, ostentata rappresentazione delle donne come nudo oggetto di scambio sessuale, offerta da giornali, televisioni, pubblicità. E ciò non è più tollerabile.
Una cultura diffusa propone alle giovani generazioni di raggiungere mete scintillanti e facili guadagni offrendo bellezza e intelligenza al potente di turno, disposto a sua volta a scambiarle con risorse e ruoli pubblici.
Questa mentalità e i comportamenti che ne derivano stanno inquinando la convivenza sociale e l’immagine in cui dovrebbe rispecchiarsi la coscienza civile, etica e religiosa della nazione.
Così, senza quasi rendercene conto, abbiamo superato la soglia della decenza.
Il modello di relazione tra donne e uomini, ostentato da una delle massime cariche dello Stato, incide profondamente negli stili di vita e nella cultura nazionale, legittimando comportamenti lesivi della dignità delle donne e delle istituzioni.
Chi vuole continuare a tacere, sostenere, giustificare, ridurre a vicende private il presente stato di cose, lo faccia assumendosene la pesante responsabilità, anche di fronte alla comunità internazionale.
Noi chiediamo a tutte le donne, senza alcuna distinzione, di difendere il valore della loro, della nostra dignità e diciamo agli uomini: se non ora, quando? è il tempo di dimostrare amicizia verso le donne.

L’APPUNTAMENTO E’ PER IL 13 FEBBRAIO IN OGNI GRANDE CITTA’ ITALIANA



PER FIRMARE LA PETIZIONE 



mercoledì 9 febbraio 2011

FILM_19 luglio 1992 _Una strage di Stato



Un film di Marco Canestrari e Salvatore Borsellino

Presentazioni: (aperte al pubblico, ingresso libero fino a esaurimento posti)

venerdì 11 febbraio – Roma
ore 20.30
Aula Magna della Facoltà di Economia de “La Sapienza”
via del Castro Laurenziano 9
con Marco Lillo, Gioacchino Genchi, Claudio Gioè, Luca Tescaroli e Salvatore Borsellino
modera Federica Fabbretti


sabato 29 gennaio – Palermo
ore 20.00
ex cinema Edison in piazza Napoleone Colajanni
con Salvatore Borsellino, Antonio Ingroia, Nicola Biondo e Marco Canestrari
modera Lidia Undiemi


sabato 5 febbraio – Torino – DIRETTA SU WWW.ILFATTOQUOTIDIANO.IT
ore 18.00 Aula Magna del Politecnico
Corso Duca degli abruzzi 24
con Peter Gomez, Antonino Di Matteo, Salvatore Borsellino, Marco Travaglio e Giancarlo Caselli
modera Carmen Duca


Dal 12 febbraio in edicola con Il Fatto Quotidiano e su www.ilfattoquotidiano.it

sabato 5 febbraio 2011

Il cuore della rivolta_articolo dal Corriere della sera

Il cuore della rivolta
Poche hanno partecipato agli scontri a fuoco. Ma tantissime in Tunisia, Algeria, Egitto hanno sfilato per le strade.

Una donna simbolo del potere da abbattere, della corruzione, dell’avidità: nella rivoluzione dei gelsomini in Tunisia, più ancora del deposto presidente Ben Ali era la moglie Leila il bersaglio principale della rabbia. L’ex parrucchiera diventata first lady, pronta a deporre il marito per prenderne il posto (si diceva prima), scappata con una tonnellata e mezzo di oro (si è detto poi), era odiata da tutti ma soprattutto dalle donne. Dalle migliaia di tunisine che hanno, anche loro, compiuto il miracolo abbattendo un regime in apparenza eterno.
Poche hanno partecipato agli scontri a fuoco, è vero. Ma molte sono scese nelle strade una volta passate le violenze, tantissime lavoravano da anni per la democrazia. Come Radhia Nasraoui, avvocato, femminista, presidente dell’Associazione per la lotta alla tortura. Un passato tra clandestinità, prigione e scioperi della fame, la Shirin Ebadi tunisina è stata la prima il 17 dicembre a guidare la sollevazione popolare a Sidi Bouzid, dove un disoccupato si era dato fuoco per protesta, dando inizio alla rivoluzione. Come lei avvocato e femminista, Maya Jribi dal 2007 è presidente del Partito progressista democratico, forse la più nota tra le molte tunisine entrate in politica. Nel Parlamento ben il 23 per cento dei deputati sono donne (in Italia siamo al 21). Oggi, nel governo provvisorio, il ministero della Cultura è affidato alla regista Moufida Tlatly. E a partire dal 1956, nonostante la dittatura, la Tunisia ha proibito poligamia e matrimonio per le minori, permesso divorzio e aborto, resa obbligatoria l’istruzione delle bambine. Bene o male che sia - c’è dibattito anche tra i laici - il velo è stato di fatto vietato e non pochi oggi chiedono che torni la libertà di portarlo: già nelle manifestazioni di gennaio si sono viste ragazze indossarlo.
Gli innegabili “privilegi” di cui godono le tunisine rispetto a molte sorelle del mondo arabo-islamico non sono finora bastati. Non a Lina Ben Mhenni, ad esempio: icona della giovane generazione, nel suo blog in tre lingue “A Tunisian Girl” ha denunciato a lungo le discriminazioni subite. «Nel suo Paese la ragazza tunisina non può esprimersi, il suo blog è censurato » è il sottotitolo della sua pagina internet, immutato nonostante la fine della censura. Qualcosa di diverso ora c’è, però: informazioni su manifestazioni, istantanee di raduni, foto di librerie che espongono opere una volta vietate. Segni della Nuova Era, o almeno del suo inizio.
Se in Tunisia la protesta si è trasformata in rivoluzione, nella vicina Algeria dopo le rivolte di gennaio per l’aumento dei prezzi la situazione sembrava tornata “normale”. Ma anche qui la tensione è alta, la disoccupazione pure, l’opposizione e i giovani chiedono più libertà e attenzione. E le donne giocano un ruolo in tutto questo, importante ma dietro le quinte. Qualcuna è in politica, come la celebre scrittrice e attivista Khalida Messaoudi, attuale ministra della Cultura. Soprattutto, il 70 per cento degli avvocati e il 60 per cento dei giudici sono donne e nelle università le ragazze superano i maschi. Tante sono insegnanti, giornaliste, attiviste, guidano autobus e taxi, lavorano alle pompe di benzina. «Ma è solo l’effetto perverso della crisi, gli uomini da noi emigrano in massa» sostiene Dahhu Gebril, direttrice della rivista Naqd (Critica). E intanto le donne restano discriminate da una società maschilista e violenta, aggiunge la giornalista Souad Belhaddad: «Se una viene aggredita, è una prostituta . Se sporge denuncia, è manipolata. Se ha la solidarietà internazionale, è sospetta». E se chiede aiuto, spesso è ignorata: tra gli algerini che per protesta si sono dati fuoco, c’è stata una cinquantenne di Sidi Bel Abbas, davanti al palazzo del Comune dove aveva chiesto invano un contributo economico. Non se n’è quasi parlato. Il cammino sarà lungo, dicono le attiviste algerine: intanto Nouara Saâdia Djaâfar, ministra per la Famiglia, ha lanciato un piano di formazione per raggiungere - inshallah - 220 mila donne in tutto il Paese.
 Spostandoci a est nell’altro grande, anzi ancor più grande Stato del Nord Africa in ebollizione, sono sempre tantissime le donne che si muovono, lottano, alzano la voce. L’Egitto che all’inizio del XX secolo vide il fiorire del movimento femminista arabo (un nome su tutti: Hoda Al Shaarawi), è oggi all’avanguardia nella lotta contro le mutilazioni genitali alle bambine. Merito della pur contestatissima first lady Suzanne Mubarak, della ministra per la Famiglia Moushira Khattab, di tante attiviste. E del sostegno internazionale e italiano in particolare, Emma Bonino in primis. «Ma le donne restano discriminate per mille cose, dal diritto di famiglia che le penalizza, all’isolamento di tante che non possono sposarsi. Per questo dobbiamo cambiare il sistema e il regime che lo difende» dice Farida Naqqash, storica femminista e dirigente del partito laico d’opposizione Tagammu. Nella turbolenta fase che attraversa il Paese, la guida dei partiti e delle organizzazioni è come sempre maschile. Ma le elezioni politiche di novembre hanno visto scendere in campo uno stuolo di donne preparate e molto, molto determinate. A parte quelle “governative”, che si sono aggiudicate tutti i seggi delle quote rosa introdotte per la prima volta, la voce più forte tra i candidati della minoranza cristiana è stata femminile: Mona Makram-Ebeid. «Mi hanno rubato il seggio già assegnato, i soliti brogli» dice arrabbiata ma non sorpresa. «Se è successo perché sono donna, cristiana, o anti-Mubarak non saprei. Certo è che continuo a lottare». Nemmeno Gamila Ismail ce l’ha fatta, e nemmeno lei demorde. Ex giornalista ed ex moglie di Ayman Nour, l’unico che osò sfidare il raìs alle presidenziali 2006, Gamila spera soprattutto nei giovani. «Sono il futuro, il nostro sogno. Ci sono migliaia di ragazzi pronti a costruire un Egitto migliore. E ancor più le ragazze: per loro è più difficile ma non impossibile. Io sono divorziata, single, femminista. Eppure tantissimi mi hanno dato fiducia. Basta non arrendersi».

Cecilia Zecchinelli
03 febbraio 2011
Io donna_corriere della sera 

venerdì 4 febbraio 2011

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