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giovedì 26 maggio 2011

L’Arpa Puglia sbugiarda l’Ilva di Taranto sulle emissioni di gas cancerogeno_Articolo il fatto quotidiano



Secondo i vertici dell'acciaieria, la riduzione del rilascio in atmosfera del benzo(a)pirene è merito dell'azienda. Ma l'ente ambientale è scettico. “Solo propaganda”, dicono i comitati ambientalisti che sottolineano come i valori della sostanza siano ancora molto superiori al massimo consentito


“E’ molto difficile affermare che la diminuzione del benzo(a)pirene sia legata al miglioramento delle performance ambientali dell’Ilva”. A parlare così è Giorgio Assennato, direttore generale dell’Arpa Puglia che interviene nella polemica scoppiata nei giorni scorsi a Taranto fra l’Ilva e il comitato Altamarea sull’interpretazione dei dati relativi all’inquinamento da benzo(a)pirene, idrocarburo aromatico altamente cancerogeno, nei quartieri a ridosso del grande stabilimento siderurgico tarantino.

Un monitoraggio dell’Arpa relativo ai primi tre mesi del 2011 ha rilevato nell’aria del quartiere Tamburi, il più vicino alle ciminiere dell’Ilva e tristemente noto come una delle aree più inquinate d’Italia, 1,55 ng/m3 di benzopirene a gennaio, 2,82 ng/m3 a febbraio e 1,43 ng/m3 a marzo. A fronte dei limiti massimi di diffusione in atmosfera della sostanza che non dovrebbero superare come media annua 1 nanogrammo al metro cubo.

Dal confronto con i dati relativi dei primi tre mesi di 2009 e 2010 emerge come i valori dell’idrocarburo siano effettivamente in diminuzione. Ed è proprio dalla loro lettura che era scaturito il botta e risposta fra i vertici dell’azienda e il comitato Altamarea, che raggruppa comitati cittadini e associazioni come Arci, Legambiente, Wwf e Libera.

“Prendiamo atto positivamente nel constatare come i valori siano nettamente inferiori a quelli registrati nello stesso periodo del 2010” annunciava ottimisticamente la direzione dell’acciaieria con una nota a firma di Adolfo Buffo, Responsabile Qualità e Ambiente. “I valori riscontrati parlano di una riduzione di circa il 40%, e dimostrano come l’impegno di tutti possa portare a risultati importanti ed incoraggianti nel raggiungere, entro dicembre 2012, il valore obiettivo di 1 ng/m3 fissato dalla legge, ma che la comunità di Taranto, così come l’Ilva, vogliono conseguire nel più breve tempo possibile”.

Immediata la replica di Altamarea che in una nota del presidente Biagio De Marzo bollava le statistiche come una mistificazione ai danni dei cittadini: “Questi dati, contrariamente a quanto l’Ilva dichiara, non sono per nulla un successo in quanto superano in media del 93% il valore che la precedente normativa aveva posto come limite per il benzo(a)pirene. Con evidente intento propagandistico – continua De Marzo – l’Ilva raffronta tale dato cattivo con quello pessimo del 2010 (3 ng/m3 nei primi tre mesi del 2010); confronta cioè un dato inaccettabile (1,93 ng/m3 di media trimestrale) con un dato ancora peggiore, ma entrambi sono superiori a 1 ng/ m3”.

Una battaglia di cifre che riaccende i riflettori anche sull’abolizione da parte del governo, con il decreto legislativo 155/2010, dell’obbligo di intervento per le industrie che superano il limite annuo di 1 ng/m3 di immissioni. Una legge che in pratica autorizza le aziende a rimandare il problema benzo(a)pirene alla fine del 2012, con parametri di controllo stabiliti su base annua e ammorbidendo di fatto i rischi di conseguenze per le industrie inquinanti. Nonostante le emergenze e nonostante l’OMS consideri questa sostanza al massimo livello di pericolosità.

Solo la Puglia, per far fronte proprio alla realtà di Taranto, ha reintrodotto i vincoli nel febbraio 2011 con una legge regionale. “Purtroppo questa legge avrò pochi effetti pratici – sostiene il presidente di Altamarea. “Serve una presa di posizione netta da parte delle autorità sanitarie riguardo la pericolosità di questa sostanza. Non possiamo più accettare che si rimanga a guardare mentre per anni la gente continua a respirare questi veleni”.

sabato 21 maggio 2011

La missione impossibile delle donne "Vera parità nel lavoro solo nel 2601"_ Articolo da La Repubblica

In uno studio statistico una ricercatrice del Cnr ha cercato di capire quando le signore avranno gli stessi ruoli di potere dei maschi. Per ultime arriveranno le magistrate. Ma già oggi le società italiane con top management al femminile almeno per il 20% possono vantare risultati migliori

di MARINA CAVALLIERI
ROMA - È un calcolo statistico. Una proiezione. Sembra un paradosso. La neutralità dei numeri viene usata per capire quanto tempo le donne dovranno aspettare per raggiungere i vertici delle professioni. Il risultato? Sconfortante. Decine di anni, in alcuni ambiti secoli. "È il caso della magistratura, se le donne crescono a questo ritmo la parità si avrà nel 2601". Lo sostiene, grafici alla mano, la demografa Rossella Palomba, ricercatrice del Cnr, che ha provato a vedere quando le donne avranno i ruoli degli uomini. E il calcolo che ne viene fuori appare un miraggio.

 "Ovviamente se le donne e gli uomini continuassero a crescere nei posti al vertice ai ritmi attuali la parità non verrebbe mai raggiunta poiché si manterrebbe sempre lo stesso divario", spiega Rossella Palomba che porterà queste ed altre cifre al festival di antropologia contemporanea "Dialoghi sull'uomo" che si terrà dal 27 al 29 maggio a Pistoia. "Quindi bisogna fare delle ipotesi. Nel mondo scientifico accademico, ipotizzando che vengano promosse solo le donne, si dovrebbero attendere 63 anni. Invece se diamo agli uomini la possibilità di accedere alle posizioni di vertice della scala gerarchica ma con l'inversione del tasso di crescita tra uomini e donne, data la disparità esistente, bisogna attendere l'anno 2183". Va peggio nella magistratura, "le donne sono entrate in magistratura solo nel 1963, in cinquant'anni solo poche 
aggiunto i vertici direttivi, se crescono a questo ritmo la parità si raggiungerà nel 2601". Per le altre carriere le scadenze non sono dietro l'angolo: i professori ordinari nel 2063, i primari medici nel 2095, gli ingegneri professori ordinari nel 2094.

Certo la demografa è consapevole di fare un esperimento "in vitro", un'ipotesi provocatoria, nella realtà le cose cambiano in continuazione ma i numeri estremizzano il divario, svelano l'inganno. "Dicono alle donne di aspettare, che è solo questione di tempo ma le proiezioni rivelano che non è così". E a volte le cifre sono più efficaci di tante analisi. "Anche il mondo obiettivo dei numeri presenta pregiudizi, le misure sono neutre e perciò inadeguate a rappresentare la realtà", spiega Rossella Palomba che al festival di Pistoia mostra le carriere nella Pubblica amministrazione, in magistratura, nella ricerca scientifica.

"La questione dell'uguaglianza implica molto fattori non solo oggettivi ma anche soggettivi. Però gli ostacoli esterni continuano a bloccare i percorsi delle donne. Basti pensare che il recente provvedimento voluto a livello europeo che prevede il 20% di donne nei Cda dal 2012 e 33% dal 2015 non è stato accolto con soddisfazione ma se ne sono messe subito in luce le difficoltà. Eppure è dimostrato che le società italiane quotate e non quotate, con almeno il 20% di donne nel top management hanno ottenuto nel triennio 2007-2009 una redditività superiore a quelle che hanno meno del 20% di presenza femminile". Quindi? "Le soluzioni sono politiche, non sono compito della statistica".
    (21 maggio 2011)

martedì 29 marzo 2011

Egitto_manifestanti torturate e costrette a fare test di verginità_ARTICOLO DA AMNESTY INTERNATIONAL

Amnesty International ha chiesto alle autorità egiziane di indagare sulle gravi denunce di torture, compreso l'obbligo a sottoporsi a "test di verginità", inflitte dai militari alle donne che hanno preso parte alle manifestazioni al Cairo.
Il 9 marzo, dopo aver disperso con la violenza una manifestazione in piazza Tahrir, i militari hanno arrestato almeno 18 donne. Queste hanno poi riferito ad Amnesty International di essere state picchiate, sottoposte a scariche elettriche, obbligate a denudarsi mentre i soldati le fotografavano e infine costrette a subire un "test di verginità", sotto la minaccia di essere incriminate per prostituzione.

Il "test di verginità" costituisce tortura quando è eseguito con la forza o sotto coercizione.

"Costringere le donne a sottoporsi al 'test di verginità' è profondamente inaccettabile. Il suo obiettivo è degradare le donne in quanto tali. Tutto il personale medico dovrebbe rifiutarsi di prendere parte a questi cosiddetti 'test'" - ha dichiarato Amnesty International.

Salwa Husseini, 20 anni, ha raccontato ad Amnesty International di essere stata arrestata e portata al carcere militare di El Heikstep, a nord-est della capitale. È stata costretta a togliersi tutti i vestiti ed è stata perquisita da una guardiana, in una stanza con due porte e una finestra aperte. Nel frattempo, i soldati entravano nella stanza per scattare foto alla detenuta completamente nuda.

I "test di verginità" sono stati eseguiti in un'altra stanza da un uomo che indossava una giacca bianca. "Quelle trovate non vergini", secondo la sua espressione, sarebbero state incriminate per prostituzione.

Una donna ha raccontato ad Amnesty International di aver detto che era vergine. Poiché il test avrebbe provato il contrario, è stata picchiata e sottoposta a scariche elettriche.

"Le donne e le ragazze devono poter esprimere il loro punto di vista sull'Egitto e protestare contro il governo senza essere arrestate, torturate o sottoposte a trattamenti profondamente degradanti e discriminatori" - ha affermato Amnesty International.

I soldati hanno continuato a umiliare le donne consentendo ai soldati di guardare e fotografare quello che stava accadendo, con la minaccia implicita di rendere pubbliche le immagini, arrecando alle detenute ulteriore danno.

Rasha Azeb, una giornalista a sua volta arrestata a piazza Tahrir, ha riferito ad Amnesty International di essere stata ammanettata, picchiata e insultata.

Secondo il suo racconto, le 18 manifestanti arrestate sono state inizialmente portate in un locale del Museo del Cairo, dove sono state ammanettate, picchiate con bastoni e tubi di gomma, colpite con l'elettricità al petto e alle gambe e chiamate "prostitute".

Rasha Azeb ha potuto ascoltare le urla delle detenute mentre venivano torturate. È stata rilasciata diverse ore dopo, insieme a quattro colleghi giornalisti, mentre le altre 17 donne sono state trasferite a El Heikstep.

Altre testimonianze, raccolte dal Centro El Nadeem per la riabilitazione delle vittime della violenza, sono coerenti con quelle di Rasha Azeb e Salwa Husseini.

"Le autorità egiziane devono porre fine a questi trattamenti scioccanti e degradanti nei confronti delle manifestanti. Le donne hanno preso parte in pieno al cambiamento in Egitto e non devono essere punite per il loro attivismo. Alle forze armate e a quelle di sicurezza vanno impartite istruzioni chiare che la tortura e i maltrattamenti, compresi i "test di verginità" obbligatori, non saranno più tollerati e saranno oggetto di indagini approfondite. I responsabili devono essere portati di fronte alla giustizia e le donne coraggiose che hanno sporto denuncia devono essere protette dalle rappresaglie" - ha concluso Amnesty International.

Le 17 donne detenute a El Heikstep sono comparse di fronte a un tribunale militare l'11 marzo e rilasciate due giorni dopo. Diverse di esse sono state condannate a un anno di carcere, con la sospensione della pena.

Salwa Hosseini è stata giudicata colpevole di condotta disordinata, distruzione di proprietà pubblica e privata, ostacolo alla circolazione e possesso di armi.
Amnesty International si oppone allo svolgimento di processi di imputati civili presso le corti marziali egiziane, che hanno una lunga tradizione di processi iniqui e le cui procedure limitano gravemente il diritto d'appello.

lunedì 14 marzo 2011

Mourir pour des Idées

Allons vers l'autre monde en flânant en chemin,
Car, à forcer l'allure, il arrive qu'on meure
Pour des idées n'ayant plus cours le lendemain.
Or, s'il est une chose amère, désolante,
En rendant l'âme à Dieu c'est bien de constater
Qu'on a fait fausse route, qu'on s'est trompé d'idée,
Mourons pour des idées, d'accord! Mais de mort lente,
D'accord, mais de mort lente.


Approfittando di non essere fragilissimi di cuore
andiamo all'altro mondo bighellonando un poco
perchè forzando il passo succede che si muore
per delle idee che non han più corso il giorno dopo.

Ora se c'è una cosa amara, desolante
è quella di capire all'ultimo momento
che l'idea giusta era un'altra, un altro movimento
moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta
ma di morte lenta.



  

domenica 20 febbraio 2011

Dear Mr. President

Oh please Mr. President will you lend me a future..



mercoledì 16 febbraio 2011

La componente invisibile del risorgimento:le donne_Convegno Frascati 17/02/2011

Matilde Mantile (1799-1870)
Quando si parla di guerra  si parla sempre di uomini.
Eppure c’è un risorgimento invisibile ed è quello fatto dalle donne.
Specie nel secolo scorso il nome di una donna perbene, come la sua persona, doveva restare chiuso fra le mura domestiche e  la donna migliore era quella di cui meno si parlava fuori della casa, sia per biasimarla che per lodarla .
E’ importante  individuare quindi, all’interno di uno spazio storico come  il Risorgimento, connotato fortemente dall’immaginario maschile,la figura femminile che ha contribuito ad indicare, sostenere e realizzare il progetto indipendentista e unitario italiano.
Bisogna fare prima di tutto una premessa.
La donna  fino all’inizio dell’800 in Italia ebbe un ruolo marginale nella resistenza contro il dominatore austriaco a  differenza di quanto accadde in molti altri paesi europei.
Quì rimase emarginata dal mondo che la circondava e non impegnata in alcuna lotta per l’affermazione dei suoi diritti appunto fino all'ultimo trentennio del 1800.
In Francia il popolo femminile era già nel 700 impegnato accanto agli uomini nella lotta contro la tirannide per la difesa della libertà e dell'uguaglianza; nel corso del secolo, non solo in terra Francese ma anche in America e nei paesi nordici, nacquero i primi movimenti femministi.
 In Italia, invece, le donne rimasero chiuse nel loro piccolo mondo, fosse esso costituito dalle mura domestiche o da qualche circolo culturale.
 Anche le donne appartenenti ai ceti più alti della società, se erano impegnate socialmente, operavano solo nel campo della beneficienza.
 Tutto ciò era dovuto essenzialmente a due fattori: l'Italia era un paese molto arretrato che considerava normale che la donna si occupasse solo della casa.
 Inoltre, contribuì il fatto che nel nostro paese non fosse mai esistita una vera democrazia e quindi le donne, di fatto lontane dalla società e dalla politica, non vollero nè pensarono di lottare per conquistare un qualcosa che non avevano mai sperimentato e conoscevano solo vagamente.
 Ed è quindi nell’800 che cominciano a farsi sentire anche in Italia e ad occupare un posto determinante nelle lotte pagando anche con la vita.
 Cataloghi, films, libri letti dalle nostre bisnonne  a scopo didattico o di puro intrattenimento presentano spesso una  donna “virile” che irrompe nella scena dei conflitti politici e militari, e magari  in panni maschili.
 Infatti, all’uomo eroe,  grande statista, padre della patria, genio letterario, artistico o scientifico,  che, perseguitato, dagli governi preunitari, dopo l’Unità trova spazio e onori ai vertici delle istituzioni nazionali, si contrappongono le figure femminili “illustri” che creano note dissonanti rispetto alla rappresentazione codificata della femminilità.
 Da  una  parte  norme  e  istituzioni  che  escludono le donne  dall’esercizio delle professioni, dalla vita pubblica,  dalla dimensione politica,  e dall’altra  storie di donne che in quegli spazi erano entrate sfidando   i divieti e   i costumi.
Comunque la partecipazione femminile al Risorgimento non venne mai esaltata ed i pochi che ne hanno parlato ricordano spesso soltanto donne come Anita Garibaldi, Maria Drago, Teresa Confalonieri per il loro stretto grado di parentela con grandi patrioti italiani.
La dimensione femminile quindi della prima metà dell’800 era questa.
Le donne quindi vivevano in una situazione di inferiorità e i loro sforzi per la patria erano ripagati solo con la protezione della quale gli uomini credevano che queste avessero bisogno.
Le donne erano relegate all’ambito familiare con un’istruzione mirata solo alla loro formazione come mogli e madri e le uniche donne che potevano avere una certa importanza erano quelle appartenenti all’élite politica e culturale che si distingueva per gesta eroiche, nelle arti o nelle scienze.
Oltretutto dopo la guerra, sancita la parità formale dei diritti uomo-donna non si ritenne opportuno continuare a trattare in sede separata delle donne illustri e furono  cancellate dalla memoria collettiva la leccese Antonietta De Pace, Enrichetta Di Lorenzo,  compagna di Carlo Pisacane e patriota  militante, e tante altre.
Eppure 15 donne risultano essere state uccise in quella terribile giornata del ‘48 a Napoli ma non ve n’è nessuna tra i feriti. In realtà la fonte da cui è ricavato il numero di feriti si riferisce esclusivamente ad ospedali maschili – la Trinità e i Pellegrini – che non accoglievano donne (le quali venivano portate, se ferite, agli Incurabili).
Né troveremo tracce delle donne del passato nelle memorie e rappresentazioni ufficiali degli apparati istituzionali o accademici, perché le donne erano escluse. Le norme giuridiche e culturali imponevano che, anche se forti e influenti, restassero celate dietro il soggetto maschile che le rappresentava sulla scena pubblica.
Ma le incontriamo però nella memoria dei familiari e di tutti coloro che le hanno conosciute e spesso restano nella tradizione delle comunità come sono rimaste le donne di Lungro.
Se pensiamo che al museo di Kruja in Albania quello che mi ha colpito di più e credo che colpisce tutti nel vedere la rappresentazione grafica della battaglia di  Skenderbeg contro i turchi è la numerosa presenza delle donne  che testimonia quanto possono essere forti le donne arbereshe.
Il nostro intento questa sera è quello di ricordare  alcune donne Lungresi  che hanno fatto la storia del Risorgimento con la speranza che da oggi altri di voi abbiano altre notizie magari da aggiungere alle nostre oppure anche per  conoscere eventualmente altre figure femminili che hanno partecipato anche in modo minore alle vicende.
All’ingresso c’è il modello di partecipazione che ognuno di voi può ritirare se è interessato a darci una mano per  questo lavoro e che può compilare anche in un secondo momento in quanto troverà nel foglio l’indirizzo di posta elettronica.
I ritratti di queste donne, dei i loro volti,  i giudizi e le descrizioni dei tratti del carattere, i rapporti instaurati con altre donne e uomini, come hanno vissuto  i rapporti con i loro familiari, sono notizie fondamentali per completare questo lavoro.
Il libro “Parliamo di Lungro”, del 1963 è stato lo strumento fondamentale per trovare notizie di queste patriote .
Il libro è Opera del “Comitato del Risorgimento” costituito il 2 Ottobre 1960 per il centenario dell’unità d’Italia e presieduto da Angelo Stratigò, segretario Vittorio Tufo che saluto affettuosamente, era composto di 18 membri in rappresentanza di tutto il popolo Lungrese.
Tornando alle donne, Matilde Mantile, Lucia Irianni, Maria Cucci, Cintia Mattinò si dedicarono energicamente alla questione della lotta al dominatore straniero.

Fonte:http://www.ungra.it/risorgimento/donne_ris.htm


Appuntamento a Frascati per:

Convegno: Le donne nel risorgimento. Vite coraggiose, in equilibrio fra modernità e tradizione, pregiudizio e anticonformismo ".
Il convegno approfondisce alcune figure femminili di rilievo, che hanno segnato la storia del Risorgimento italiano. Si tratta di una riflessione approfondita, condotta da quattro illustri studiose di storia e letteratura italiana.

17 febbraio ore 17,30
Sala degli Specchi del Comune
Piazza Marconi, Frascati


 

giovedì 10 febbraio 2011

Manifestazione_l'opinione di Luisa Muraro

Il grande errore è andare in piazza per conto di altri

 

  Viva le manifestazioni che sono l'espressione collettiva di un pensiero e di un sentire, garantita costituzionalmente. E ben vengano. Sia chiaro però che non esiste pensiero collettivo: si pensa in prima persona o non si pensa. Le masse fatte di persone che non pensano in prima persona, sono cieche o manipolate. Sto citando la filosofa Simone Weil. E pensare non è reagire al detto di altri con un sì o con un no, ma situarsi con il proprio desiderio e interesse nei confronti di quello che accade.
Attenzione anche al fascino dei grandi numeri cui ci siamo abituati con la Rete. È abbastanza ovvio che i grandi numeri non rendono giusta una posizione. Ma rendiamoci conto di una cosa meno ovvia e cioè che firmare o manifestare in massa non può rimpiazzare che si faccia in prima persona tutto quello che si può fare nei contesti in cui ci troviamo a vivere.
Qui spunta un primo interrogativo sulla manifestazione del 13. Secondo me, c'è il pericolo che la manifestazione venga usata da quelli che a suo tempo non hanno fatto quello che avrebbero dovuto fare. Che cosa? Il lavoro proprio di una classe dirigente, che era d'intercettare e bloccare un uomo come Berlusconi che non era adatto agli uffici politici, neanche dal punto di vista strettamente legale. Siamo in una democrazia costituzionale e rappresentativa: la piazza non dovrebbe essere necessaria quando si tratta di scegliere e cambiare gli uomini al governo. Se la piazza è diventata necessaria, vuol dire che qualcuno o molti non hanno fatto quello che dovevano fare quando sarebbe stato efficace, ed è esattamente così che è andata.
A questo punto della faccenda si fa appello alle donne. Che senso ha? Come altre, io ci ho visto una strumentalizzazione dei loro sentimenti. Il sentire femminile, per me, è una cosa profonda e delicata che attiene alla vita del corpo sociale. Comunemente le donne, e io sono una di loro, detestano la prostituzione. Ed è su questo sentire che, dopo l'ultimo scandalo berlusconiano, si è fatto leva: gesto criticabile perché il nostro sentire immediato, in sé giusto, non può tradursi in atti politici senza le necessarie mediazioni. Queste sono mancate. Le critiche avanzate da alcune femministe in proposito sono state accolte, per fortuna. Andando avanti in questa direzione, deve diventare chiaro che lo scambio tra soldi e sesso, sesso e potere è una pratica diffusa tra gli uomini, compresi i politici sia di destra sia di sinistra. E che il capo del governo, da questo punto di vista, non è un'eccezione. Grazie a quella presa di coscienza accanto alle donne scenderanno in piazza anche uomini a manifestare la loro distanza da un sessismo che ancora imbeve di sé la cultura politica e non soltanto.
Ma questa è anche la ragione per cui bisogna insistere con le critiche. Che una decida di partecipare oppure di stare altrove e altrimenti, in ogni caso la discussione in corso tra donne significa non consegnarci ciecamente a operazioni politiche nelle mani di uomini i cui orizzonti non oltrepassano la bottega del politico vecchia maniera. La forza non vista ma reale del femminismo italiano sta trasformando il momento presente in un confronto che fa luce anche sulla sua ricchezza di pensiero. L'essere altrove e altrimenti, è una figura fondante del femminismo: marca la differenza femminile e opera una rottura nei confronti di cose già decise da altri. Ma non meno importante è anche il desiderio di esserci nel mondo e di contare con tutte le proprie qualità. Qui tocchiamo un altro punto delicato del dibattito presente, per me il più delicato. Ascoltando e leggendo, mi sono resa conto che partecipare alla manifestazione significa, per molte, sentire di esserci e di essere attive. Agli occhi di queste, molte delle quali giovani, una come me che critica e non aderisce di slancio, appare fredda e distaccata. Una simile impressione mi dispiace e mi fa torto. Ma resisto alla voglia di spiegare quanto, come e dove intensamente io ci sono anche in questa congiuntura, preferisco affrontare questo nodo del protagonismo femminile che sembra dividerci tra donne.
La rivolta femminile degli anni Settanta è nota per le sue manifestazioni pubbliche ma il suo aspetto non appariscente è stato e rimane molto più efficace. Questo aspetto riguarda l'esserci in prima persona con il proprio desiderio, non delegare niente di essenziale ad altri ma creare relazioni di fiducia e trasformare la propria esistenza in una libera impresa. Insomma, dare vita a un'economia di mercato non dominata dal profitto ma dalla forza dei desideri. Una manifestazione come quella di domenica prossima entra in questo gioco? Ci vai, per te. Non andarci contro qualcuno per conto di altri.

Luisa Muraro
10 febbraio 2011
corriere della sera

 

Se non ora quando?_Manifestazione 13 Febbraio


testo petizione:

Se non ora, quando?
In Italia la maggioranza delle donne lavora fuori o dentro casa, crea ricchezza, cerca un lavoro (e una su due non ci riesce), studia, si sacrifica per affermarsi nella professione che si è scelta, si prende cura delle relazioni affettive e familiari, occupandosi di figli, mariti, genitori anziani.
Tante sono impegnate nella vita pubblica, in tutti i partiti, nei sindacati, nelle imprese, nelle associazioni e nel volontariato allo scopo di rendere più civile, più ricca e accogliente la società in cui vivono. Hanno considerazione e rispetto di sé, della libertà e della dignità femminile ottenute con il contributo di tante generazioni di donne che - va ricordato nel 150esimo dell’unità d’Italia - hanno costruito la nazione democratica.
Questa ricca e varia esperienza di vita è cancellata dalla ripetuta, indecente, ostentata rappresentazione delle donne come nudo oggetto di scambio sessuale, offerta da giornali, televisioni, pubblicità. E ciò non è più tollerabile.
Una cultura diffusa propone alle giovani generazioni di raggiungere mete scintillanti e facili guadagni offrendo bellezza e intelligenza al potente di turno, disposto a sua volta a scambiarle con risorse e ruoli pubblici.
Questa mentalità e i comportamenti che ne derivano stanno inquinando la convivenza sociale e l’immagine in cui dovrebbe rispecchiarsi la coscienza civile, etica e religiosa della nazione.
Così, senza quasi rendercene conto, abbiamo superato la soglia della decenza.
Il modello di relazione tra donne e uomini, ostentato da una delle massime cariche dello Stato, incide profondamente negli stili di vita e nella cultura nazionale, legittimando comportamenti lesivi della dignità delle donne e delle istituzioni.
Chi vuole continuare a tacere, sostenere, giustificare, ridurre a vicende private il presente stato di cose, lo faccia assumendosene la pesante responsabilità, anche di fronte alla comunità internazionale.
Noi chiediamo a tutte le donne, senza alcuna distinzione, di difendere il valore della loro, della nostra dignità e diciamo agli uomini: se non ora, quando? è il tempo di dimostrare amicizia verso le donne.

L’APPUNTAMENTO E’ PER IL 13 FEBBRAIO IN OGNI GRANDE CITTA’ ITALIANA



PER FIRMARE LA PETIZIONE 



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